Blog Opinioni

Commenti ed opinioni relative all'attualità in generale, non senza incursioni su temi di cultura nonché di politica italiana ed internazionale.
Commenti (settembre 2005):
In memoria delle vittime dell'11 settembre 2001
Lo Studio Legale Fiorin partecipa alla memoria delle vittime degli attentati terroristici islamici che quattro anni fa hanno cambiato la nostra storia.
Nel ricordo, assieme al popolo e al governo degli Stati Uniti d'America, da uomini liberi, per la libertà dell'Occidente.
Opinioni: L'invettiva di Pietro Citati contro Oriana Fallaci
Io non leggo la Repubblica. Almeno, non abitualmente. Ci tengo sempre a farlo sapere, in quanto per me non è tanto una regola di igiene mentale, quanto una forma di rispetto per il decoro pubblico della mia persona, e quindi una forma di attenzione per gli altri.
E poi visto che, come diceva Courteline, “passare per idioti agli occhi di un cretino è un piacere da ghiottoni”, devo confessare che apparire retrivo e pieno di pregiudizi agli occhi di chi si sente acculturato e di larghe vedute – e magari persino anticonformista – solo perché compra ogni mattina il predetto giornale, mi provoca più o meno la stessa sensazione.
Però, dal momento che ho lo stesso l’abitudine di sfogliare numerosi quotidiani ogni mattina, ma non mi piace buttare via i soldi per una mazzetta troppo nutrita, vado a prendere il caffè in un bar che offre agli avventori un’ampia disponibilità di testate. Così ne leggo tre o quattro al prezzo di uno, e mi avanzano nel portamonete abbastanza soldi per comprare in edicola quel che veramente merita.
Tutto questo per spiegare come talvolta mi capiti sotto agli occhi anche il quotidiano in questione.
E’ stato dunque in questo contesto da bar – anche se, avendolo saputo prima, sarebbe stata più appropriata un’osteria – che mi è riuscito di leggere l’articolo di Pietro Citati su Oriana Fallaci, apparso in prima pagina di Repubblica il 2 settembre scorso.
Sul momento, vista la consolidata abitudine alle innumerevoli spremute d’odio purissimo – poco filtrate e tantomeno distillate – che il giornale di Ezio Mauro propina ogni giorno ai suoi lettori, ho ritenuto probabile che l’invettiva antifallaciana del Citati sarebbe passata quasi inosservata.
Tuttavia, essendomi accorto nei giorni successivi che, nonostante tutto, quel micidiale concentrato di insulti, arroganza e crassa ignoranza in materia storica e religiosa proprio continuava a non andarmi giù, mi sono fatto un giretto in rete con Google, e ho scoperto che anche altri commentatori più autorevoli di me non se l’erano sentita di lasciar perdere.
Inoltre, ho persino appreso che sul numero di giugno scorso di Civiltà Cattolica, la rivista dei Gesuiti, alcune “perle” del Citati si sono guadagnate l’apertura di un dotto articolo su “Disinformazione e superficialità nell’uso della dottrina cristiana”. Con lieve precedenza su quelle di altri noti intellettuali del giro di Repubblica, da Marco Bellocchio a Corrado Augias.
Del resto non è passato poi tanto tempo da quando Eugenio Scalfari in persona diede l'impressione di non saper distinguere tra il dogma dell’Immacolata Concezione e quello della verginità perpetua di Maria. Però, sembra proprio che di uno sproloquio storico su Cattolicesimo e Islam come quest’ultimo del Citati non si avesse memoria.
Devo riconoscere che la forma retorica della prima gragnola d’insulti verso l’Oriana nazionale sul momento mi era parsa arguta, se non fosse stato per la mancanza di rispetto verso Benedetto XVI: l’illustre saggista ha infatti esordito riferendosi alla nota e recente udienza privata, dicendo che lui non si permetterebbe mai “di commentare o di criticare i colloqui del Papa … [che] può, anzi deve, ricevere tutti gli esseri umani, soprattutto i miserabili, i peccatori, gli empi, i malati di mente”.
Ma poi, ripensandoci, ho capito che quella del Citati sarebbe stata una semplice spiritosaggine se fosse provenuta da uno come me, che – facendo nella vita altro mestiere – pubblica le sue idee quasi solo su blog privati come questo. Invece, a ben vedere, per un prolifico intellettuale come il nostro, il fatto che a differenza sua la Fallaci sia riuscita ad ottenere un’udienza privata da Benedetto XVI (oltre che a raccogliere da anni un successo e una notorietà non paragonabili nemmeno lontanamente ai suoi) deve essere un caso serio assai duro da digerire.
Specie se si considera che il medesimo Citati pretende di conoscere molto meglio della Fallaci e di quasi tutti noi cosa sia l’Islam e cosa sia il Cristianesimo.
L’invidia rende assai più volgari di quanto non lo si sarebbe per via del semplice odio. E allora, dell’invettiva di Citati non rimane da salvare proprio nulla. Non si può nemmeno apprezzare la sincerità con la quale ha confessato i propri umori, e ha reso esplicito che il suo altro non era che uno sfogo che partiva dalla “profonda avversione per Oriana Fallaci”.
Infatti, non ci vuole poi molto a confessarsi sinceramente beceri, quando tutti quanti quelli del proprio giro ormai da diversi anni non hanno maggior ritegno a mostrare la medesima volgarità, e anzi pretendono da tutti i loro compari le medesime pubbliche professioni di odio, per non escluderli dal cono di luce della propria considerazione.
Ma lasciamo perdere gli umori del Citati: quel che non si tollera non è lo stile, bensì che – dopo aver definito la polemista fiorentina “una giornalista ignorantissima e bugiardissima” – il nostro abbia sciorinato una tale dimostrazione di ignoranza farneticante riguardo alla storia del Cristianesimo e dell’Islam, che così non la si può ritrovare nemmeno nel più giovane e sprovveduto dei fans del “Codice da Vinci”.
Il noto luminare difatti sulle prime ha pensato di confutare la Fallaci sostenendo che per molti dei primi cristiani “lo scandalo della Croce, il cuore stesso del Cristianesimo, era stato soltanto un gioco teatrale”. E a questo proposito ha riferito – senza citare la fonte – di una tradizione gnosticheggiante sulla Passione, che in effetti sembrerebbe alla base di quella poi fatta propria dal profeta Maometto. Ha scritto Citati: “una parte dei cristiani (non certo gli eredi di Paolo) credeva che Gesù Cristo fosse un grande angelo, disceso in terra attraverso i cieli. Sulla terra aveva rivestito l´apparenza di un uomo; e in croce era morto il suo doppio, mentre Cristo «stava lì vicino camuffato e irrideva i suoi persecutori»”.
E allora? Cosa voleva dimostrare Citati? Forse che i primi cristiani non ebbero idee chiare sulla Passione di Cristo più di quante ne ebbero i primi musulmani, cinque secoli più tardi?
Ma se è così – e dal contesto dell’articolo parrebbe esattamente così – Citati sa di cosa parla? Ce l’ha una vaga idea di quanto profonda sia stata ab origine la riflessione filosofica nelle prime comunità cristiane del Mediterraneo orientale, sia giudaiche che greche, riguardo alla Passione di Cristo? Ha un’idea di quali profondità di pensiero siano state impegnate per passare dalle prime rozze teorie trinitarie e cristologiche fino ai grandi Concili di Nicea, Costantinopoli, Efeso e Calcedonia?
Citati si è degnato di precisare, in quanto non è escluso che si rendesse conto anche lui di stare sparandola grossa, che i miti da lui evocati non derivavano dagli “eredi di Paolo”. Come a dire che secondo lui gli gnostici non erano meno importanti, o magari lo erano molto di più.
Ma ancora una volta, di che diamine va farneticando? E’ in grado Citati di capire che sono stati proprio gli “eredi di Paolo”, e non altri, quelli che hanno tramandato dal primo secolo fino ad oggi la fede degli Apostoli, e cioè il Cristianesimo come lo ha conosciuto l’Occidente e il mondo intero?
E poi, visto che il nostro sembra suggerirci che le interpretazioni del mistero di Cristo stiano un po’ tutte sullo stesso piano, ha qualche idea di come la figura di Gesù viene trattata nel Corano? Riesce a distinguere la differenza che passa tra il mistero d’amore dell’incarnazione della Seconda Persona Trinitaria, che la Chiesa finì di definire solo a Calcedonia, e l’idea grezza di un profeta che fa miracoli solo per stupire gli avversari e dimostrare il potere donatogli da Allah, che emerse più di due secoli dopo dal testo coranico?
Ma il massimo Citati lo ha raggiunto quando ha cercato di insegnare alla Fallaci e ai lettori di Repubblica “che ebrei e cristiani hanno ereditato la cultura greca non da Agostino … ma dalle traduzioni arabe dei testi antichi”.
Ma cosa diavolo dice? Ma che film ha visto? Ma è mai possibile che uno così scriva sui giornali, e passi anche per essere uno storico e un saggista professionista? Secondo lui la filosofia greca, di cui è gravida la speculazione patristica, è arrivata fino a noi per mediazione degli arabi? Ma qualcuno ha mai raccontato a Citati chi incendiò la biblioteca di Alessandria d’Egitto nel 646 d. C.? Ha mai sentito dire la famosa frase del Califfo Omar I “se i libri contraddicono il Corano vanno distrutti perché non dicono il vero, e se invece lo riportano vanno distrutti lo stesso perché inutili”? (vabbè, forse la frase è un mito, ma il fatto storico è quello).
Il Citati poi è passato a rincarare la dose riproponendoci la classica favola del Califfato di Cordoba quale faro di civiltà e tolleranza, sulla quale assai vi sarebbe da dire, ma è meglio sorvolare. Poi però è passato ad informarci che, così come l’Islam ha perso la sua grande tradizione, così “anche il Cristianesimo è quasi esausto”. Con tanti saluti a papa Ratzinger.
Così, tanto per fare di ogni erba un fascio. Come se il pensiero di Benedetto XVI in definitiva non fosse poi molto più vivo e vitale di quello di Bin Laden.
Infine, il nostro fine conoscitore della storia del pensiero, che poche righe sopra aveva detto che la Fallaci sarebbe confutabile da qualunque studente di liceo (ma ne ha un’idea della cultura media dei liceali di oggi?), ha concluso il suo sproloquio con un apparente messaggio di fiducia e speranza: “Per nostra fortuna, alcune decine (o centinaia) di migliaia di persone leggono (e cercano di capire) i Vangeli, san Paolo, sant´Agostino, santa Teresa, Gregorio Palamas, la Bhagavadgita, i testi buddhisti o taoisti, Filone d´Alessandria, lo Zohar, Simone Weil”. Fosse vero, di primo acchito ci sarebbe da rallegrarsi.
Ma poiché non è escluso che tra questi ci siano anche centinaia (o migliaia) di persone che leggono anche la Repubblica e i deliri polemici di personaggi come Pietro Citati, più che di rallegrarsi c’è piuttosto da augurarsi che tutta questa gente, una volta letti ad uno ad uno tutti gli autori di cui sopra, sia anche riuscita ad accorgersi delle differenze. (M.F. 4.9.05)
L'internazionale del "piove governo ladro"
Di fronte alle cronache provenienti dagli Usa riguardo alla sciagura di New Orleans, viene da osservare che il noto fenomeno culturale del “piove governo ladro”, benché da sempre assai noto e praticato in tutte le democrazie, negli ultimi anni è diventato sempre più generalizzato a livello internazionale e soprattutto sempre meno bipartisan.
Nel senso che ormai lo si pratica anche in quei Paesi dove una volta sembrava che – grazie a un forte senso di identità nazionale – almeno di fronte alle gravi emergenze ci fosse la capacità di accantonarlo.
Ma a parte questo, sembra proprio che ciò che una volta era solo uno scontato artificio propagandistico, comune alle opposizioni parlamentari di tutto il mondo, si sia trasformato in una componente strutturale della cultura politica della sinistra internazionale, sia essa più o meno liberal, o più o meno postcomunista.
Ai tempi dell’attentato alle torri gemelle, i più sinceri ammiratori della democrazia americana hanno invidiato la compattezza di quel popolo – sorpreso da una così plateale e sanguinaria dichiarazione di guerra – nello stringersi attorno al comandante in capo, accantonando le divisioni politiche.
Visto che i motivi per criticare l’amministrazione ci sarebbero stati (e quando non ce ne sono?), gli italiani moderati all’epoca hanno provato più di altri un senso di invidia per quella democrazia dove, a differenza di quel che accade da noi, le polemiche non sono partite ancor prima che si concludessero i soccorsi alle vittime.
E dove non ci sono state pubbliche richieste di dimissioni di alcuno, e tantomeno pubbliche insinuazioni sul fatto che in realtà il governo se la fosse andata a cercare. Quell’11 settembre 2001 per noi italiani giunse proprio all’indomani della scoperta del bipolarismo compiuto, con il secondo governo Berlusconi insediato da poche settimane, e con le polemiche riguardanti i fatti del G8 di Genova ancora non sopite. Quindi, all’epoca (come forse anche oggi) eravamo la democrazia occidentale più lacerata e più in preda a spinte propagandistiche assai estreme.
Oggi però, dopo la guerra in Iraq e la rielezione di Bush, sembra che il virus del “piove governo ladro” sia diventato comune alla democrazia americana, anche in presenza di una sciagura nazionale, purchè lo si possa usare contro il presidente repubblicano.
Negli Usa sono già in corso polemiche ingenerose sui ritardi nei soccorsi, benché sia indubbio che senza l’imponente prevenzione organizzata dalla locale protezione civile, con numerose evacuazioni scattate in giusto anticipo sull’arrivo del ciclone Katrina, i morti sarebbero stati decine di migliaia di più. Ma questo non è l’aspetto più sorprendente: in fondo è ormai un fatto normale che, secondo la nostra cultura diffusa che pretende il diritto di poter dominare la natura, e non conoscendo più il concetto di grazia non accetta nemmeno quello di disgrazia, laddove accada un disastro naturale sia sempre colpa di chi non ha saputo prevenirlo.
Piuttosto, negli Usa la stampa liberal sta apertamente addossando alla guerra in Iraq, voluta dall’amministrazione in carica, anche tutte le responsabilità per le carenze nella prevenzione e nei soccorsi. Questo movimento d’opinione, senza alcun ritegno, di fatto sta anche cercando di insinuare che l’avvento stesso del ciclone Katrina sarebbe una colpa nemmeno troppo indiretta di Bush, a causa della opposizione di quest’ultimo al protocollo di Kyoto sull’ambiente.
Senza preoccuparsi troppo dell’intelligenza del pubblico, i propagandisti liberal stanno suggerendo persino l’idea che in fondo ci sia una giustizia in quello che è successo: nonostante New Orleans sia una città che ha votato in prevalenza per Kerry, gli stati colpiti da Katrina sono in prevalenza “red states”, che hanno determinato la rielezione dell’odiato George W.
Non è un’esagerazione: ci sono bloggers molto seguiti negli Usa che lo hanno fatto capire chiaro e tondo, e il pregiudizio traspare anche dalla stampa liberal più paludata ed “autorevole”.
Anche qui in Italia, vi è chi non ci ha fatto mancare qualche commento pensoso davvero fuor di luogo: ho appena letto, in un forum giuridico su Internet, un intervento secondo cui la repressione armata dello sciacallaggio che è stata organizzata dopo il disastro, altro non sarebbe che l’ennesimo un esempio della perversione culturale americana, che tutela più la proprietà che non le vite umane.
Insomma, nel Paese dove criticare il comunismo ancora oggi è considerata la paranoia di chi vede ovunque mangiatori di bambini, non occorre preoccuparsi troppo di collegare il cervello alla tastiera, se si vuole avanzare una critica nei confronti del pensiero neocon, e tantopiù di quello teocon che ormai è considerato la quintessenza di tutto ciò di odioso e retrivo vi possa essere nel mondo di oggi (persino il giudizio sul terrorismo islamico, come ognuno può vedere, è circondato da maggiori cautele).
Pensiero che poi nessuno, nel campo dei liberal nostrani, si dà pena più di tanto di studiare: i pregiudizi correnti al riguardo sono più che sufficienti. A chi fa lo sforzo di guardare oltre la superficie, non restano che rare soddisfazioni, come appunto la rielezione di Bush ovvero – dalle nostre parti – il trionfo dell’astensione nei recenti referendum sulla soppressione embrionale e la manipolazione genetica.
Quelle cose, insomma, che ti fanno capire quanto poco la gente si lasci influenzare dai giornali e dalla Tv, quando sono in gioco questioni importanti. E dire che “piove governo ladro” dovrebbe essere una massima da osteria: di certo c’è meno conformismo nelle osterie che nelle redazioni giornalistiche. (M.F. 4.9.05)
