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Blog Opinioni

Commenti ed opinioni relative all'attualità in generale, non senza incursioni su temi di cultura nonché di politica italiana ed internazionale.

Commenti (ottobre 2005):

18.10.2005

Sulle "primarie" e la comunicazione politica

Qualcuno dovrebbe spiegare come mai, in queste ore, tutti i commenti dei vari blog di centrodestra stanno cercando di minimizzare i “risultati” delle cosiddette “primarie” dell’Unione. La considerazione più diffusa che abbiamo letto è quella per cui la proporzione dei “votanti” in fondo non sarebbe stata poi così significativa, rispetto all’insieme dell’elettorato di sinistra.

Non che non sia vero, ma a nostro parere in questo modo sfuggono due dati fondamentali. E cioè, prima di tutto, che nella loro essenza queste “primarie” non erano affatto uno strumento istituzionale, né di “partecipazione” alla vita pubblica. Bensì, una pur legittima manifestazione di propaganda politica.

Tant’è che, come ognuno sa anche se lo si fa notare troppo poco, tutti i “dati”  forniti dall’Unione riguardo alla “affluenza” e alle “percentuali” sono assolutamente autoreferenziali – per usare un termine oggi di moda – e per nulla verificabili.

In altri termini, non si è trattato di una elezione, ma di una iniziativa politica che andrebbe analizzata e commentata come tale, invece di fingere che si sia trattato di ciò che non è stata e non poteva essere, cioè di una vera consultazione elettorale.

Invece vediamo che i blog citati all’inizio si stanno quasi tutti dedicando, forse per il desidero di estrapolare considerazioni originali, a più o meno ardite “analisi del voto”, e a vari commenti sul valore politico dei presunti quattro milioni di “elettori” che avrebbero partecipato alla consultazione.

Ma è possibile che non ci sia chi faccia notare che in quanto avvenuto non c’è nulla di verificabile e dunque nulla di matematico, che abbia anche solo un valore sondaggistico? Nessuno che si accorga che si è trattato solo di un fatto di comunicazione, rispetto al quale i promotori hanno potuto dire assolutamente quello che volevano senza dover fare i conti con la realtà (prassi che, peraltro, è sempre stata assai diffusa a sinistra, sia per vocazione che per necessità storica)?

Insomma, è singolare che nessuno cerchi di rispondere rimanendo sul piano della comunicazione, facendo notare che tutti i termini elettoralistici di cui sopra dovrebbero essere quantomeno messi tra virgolette, come abbiamo fatto noi.

Per capire che da un punto di vista matematico qualunque analisi è perlomeno improbabile – e pertanto non andrebbe nemmeno fatta – basta considerare che, stando ai “dati” forniti, sarebbero stati allestiti circa 9.600 “seggi” nei quali avrebbero votato circa 4 milioni e 300 mila persone, che sono quasi esattamente il 10% dei votanti alle ultime elezioni politiche del 2001. Dunque, 450 persone in media per ciascun “seggio”.

Non è pensabile che ognuno di questi ultimi fosse stato dislocato sul territorio nazionale in modo analogo alle oltre 60 mila vere sezioni elettorali, in modo da suddividere in modo equo gli oltre 4 mila elettori in media che avrebbero dovuto poter “votare” in ciascuna postazione. Pertanto, si deve ritenere che nei centri urbani dove la sinistra è particolarmente rappresentata avrebbero dovuto esserci stati “seggi” frequentati da almeno – cerchiamo di ipotizzare cifre credibili – tre-quattromila “votanti”.

Dunque, considerato che le “urne” sono state aperte solo dalle 8 alle 22 di domenica, parliamo in media di quasi quattro elettori al minuto. Con un esito globale di milioni di schede (più o meno fotocopiate) da “scrutinare”, verificare e comunicare ad un ufficio centrale, che nonostante il tempo che prevedibilmente ci sarebbe voluto per fare scrutini veri, ha fornito alla nazione i “dati definitivi” con una rapidità viminalesca, da fare impallidire l’organizzazione del Pci di una volta.

E va bene che, significativamente, è stato comunicato che non ci sarebbero state schede “contestate” e pochissime schede bianche o nulle (ad ulteriore prova dell’inattendibilità statistica di tutto il discorso), ma chiunque abbia avuto anche una sola esperienza da scrutatore in un seggio vero può facilmente rendersi conto di cosa stiamo parlando.

Insomma, se una cosa del genere l’avesse organizzata il centrodestra, anche rendendo noti risultati meno improbabili, i promotori a quest’ora sarebbero stati mediaticamente sepolti da frizzi e lazzi, riguardo all’attendibilità delle cifre. A parte il fatto che, nemmeno alla vigilia, nessuno dei media si sarebbe mai azzardato a parlare di “seggi”, “affluenza” e via discorrendo, come se si trattasse davvero di un evento elettorale.

Invece, come ripetiamo, qui sembra che tra i bloggers di centrodestra tutti si stiano dilettando in “analisi del voto” e del suo significato politico, senza accorgersi che non di voto si è trattato ma di pura propaganda. Legittima, ma alla quale si dovrebbe saper opporre altra comunicazione, che sposti il discorso su un altro piano.

Invece di mettersi a rincorrere l’avversario in una situazione nella quale quest’ultimo non solo ha potuto stabilire il tavolo e le regole, ma anche dare le carte e persino scegliersele a piacimento, con gli esiti che ognuno avrebbe ben potuto prevedere e denunciare con largo anticipo. (S.L.F. 18.10.05)

14.10.2005

Sulla bocciatura delle "quote rosa": perchè vergognarsi di una decisione giusta?

Il “politicamente corretto”, specie rispetto alle istanze femministe, è un pregiudizio talmente forte, radicato ed arrogante, che anche quando una volta tanto si riesce a metterci un freno, coloro che hanno compiuto l'impresa si sentono costretti a nascondere subito la mano che ha tirato il sasso.

Anche se potrebbe trattarsi del sasso di Davide contro Golia, o se vogliamo di quello del Balilla genovese: cioè di una sacrosanta pietrata contro il conformismo e la vigliaccheria, che una volta vinta la guerra potrebbe passare alla storia.

Invece, il modo con cui gli esponenti dei vari partiti, di destra e di sinistra, hanno commentato la bocciatura dell'emendamento sulle “quote rosa”, in occasione della riforma della legge elettorale, sembra veramente quello di bambini che cercano di giustificarsi di fronte alla mamma per la loro marachella. Non sono stato io, ma è tutta colpa di mio fratello, però anche lui ha fatto così, ma è un'ingiustizia però, va bene non lo faccio più, adesso vedrai che cercherò di essere più bravo, mamma ti voglio bene ho già pronto un regalo per te.

Quindi, vedremo se davvero alle prossime elezioni i vari partiti presenteranno comunque liste infarcite di nominativi femminili (addirittura, zapaterianamente, con alternanza paritaria al 50%, come promesso da quelli della sinistra).

Tanto, a quanto pare, mediante la nuova legge ci saranno liste bloccate, senza voti di preferenza, e pertanto da parte degli elettori nemmeno volendo ci sarà la possibilità di effettuare scelte basate sul sesso dei candidati.

Speriamo dunque che, almeno, lorsignori avranno il buon senso di mettere in fondo alle liste i nomi di quelle signore per bene, mogli sorelle e amanti dei vari deputati od aspiranti tali, che fosse stato per loro mai al mondo avrebbero voluto fare politica, ma dovranno prestare il nome per le esigenze di immagine del partito.

Ma c'è poco da farsi illusioni: con questa legge elettorale a liste chiuse, e con l'aria che tira, anche se la prospettiva di perdere davvero qualche seggio già in partenza si farà sentire, alla fine ci saranno comunque alcune donne che entreranno in Parlamento a discapito di candidati maschi più capaci e quotati, e senz'altro anche potenzialmente più votati, in virtù del solo privilegio razziale di essere dotate della vagina.

Tuttavia non c'è niente di nuovo sotto il sole, come diceva l'Ecclesiaste, e quindi non c'è da indignarsi per questo. In fondo anche in questo frangente le signore politicanti stanno facendo per il loro genere ciò che le donne hanno sempre fatto fin dalla notte dei tempi: ciò che non riescono ad ottenere da sole, lo pretendono dagli uomini, e se lo aspettano come se fosse un diritto.

Quel che davvero è scandaloso è come i politici di sesso maschile trovino tanta difficoltà a dirlo chiaramente. Come se avessero davvero qualcosa da temere dalla platea elettorale femminile, che invece – consultazione dopo consultazione –  ha già dimostrato di pensarla esattamente allo stesso modo, e di non votare affatto sulla base della solidarietà di genere.

Diventa quindi particolarmente gustoso, in quest'ottica, il polemico commento che Maria Latella ha consegnato agli schermi di Porta a Porta, nella puntata di ieri sera dedicata all'argomento.

La battagliera giornalista non ha – bontà sua – giocato tutto sul vittimismo, ma si è dedicata ad una vigorosa quanto rancorosa sgridata per i bambini cattivi di Montecitorio che hanno chiesto il voto segreto sull'emendamento in rosa.

Prima li ha chiamati per nome ad uno ad uno, come la maestra che legge in classe la lista dei cattivi per esporli alla pubblica riprovazione, e far così affiorare il rossore sulle loro imberbi gote. Ma subito dopo, invece di passare ad un registro più materno e promettere il suo perdono a chi si ravvederà, si è comportata proprio come quell'amante appena scaricata in favore della moglie, che invece di ritirarsi in buon ordine cerca di prendersi una rivincita augurando le peggiori crisi al matrimonio di lui. Quindi, almeno, non ha cercato di nascondere la ferita psicologica appena subita. In altri termini, non ha cercato di comportarsi da uomo. E questo francamente lo abbiamo apprezzato.

Insomma, il succo del discorso della Latella era che l'ondata delle donne in politica arriverà lo stesso anche in Italia, così come sta già arrivando nei paesi “evoluti”, e quindi i “signori uomini” (come avrebbe detto Wanna Marchi) non riusciranno a fermarla, nonostante questi mezzucci da magliari.

Come se nel resto del mondo “evoluto” le quote riservate alle donne fossero già una realtà diffusa, il che peraltro non ci risulta affatto. Come se la Merkel o a suo tempo la Thatcher, e in futuro Hillary Clinton o Condoleeza Rice, dovessero a favoritismi elettorali la loro affermazione politica.

In ogni caso, benissimo, vien da dire. Ma allora che cavolo volete? Se le cose stanno così, e comunque il futuro della nostra vita pubblica si tingerà inesorabilmente di rosa, allora ha ragione quel nostro amico che ha appena finito di dirci che lui in fondo – da uomo di sinistra – sarebbe favorevole alle quote femminili in quei campi dove ce ne è davvero bisogno, che sono al di fuori della politica.

Soprattutto nel mondo del lavoro, dove già la legge dovrebbe essere intervenuta per garantire pari opportunità in quei campi del parastato dove la presenza femminile è ingiustamente minoritaria, se non propro assente.

Come, ad esempio, nelle liste di assunzione dei minatori del Sulcis. O in quelle dei cantieri stradali, dove bisogna stendere il bitume a caldo (pensiamo a quelli per le “grandi opere”, che assorbono sempre più manodopera ma non vedono mai la fine, forse proprio per la mancanza di senso pratico femminile). Meglio ancora, nei cantieri per le fognature, dove – come ci assevera il nostro amico che lavora nell'edilizia – ancora oggi talvolta si deve scavare a mano in galleria, a dodici metri sotto il suolo.

Queste sì che sarebbero occasioni di autentica parità e di “partecipazione” alla vita pubblica del Paese, che le nostre deputate e tutte le signore così attente alla politica non dovrebbero lasciarsi scappare.

Una volta i maestri di scuola, quando ce ne erano ancora di sesso maschile, dicevano che tanti loro alunni erano braccia rubate all'agricoltura. Nelle liste “rosa”, che dovrebbero comunque spuntare spontaneamente fin dalle prossime elezioni, quante saranno le braccia rubate all'edilizia? (M.F. 14.10.05)